Debutta finalmente nelle sale italiane questo weekend il nuovo, grandissimo film di Michael Mann. A fargli compagnia, la stralunata commedia di Grant Heslov con George Clooney vista a Venezia, il ritorno di un Jack Black "preistorico" e i nuovi film di Alessandro Angelini e Alessandro Di Robilant.
La stagione entra nel vivo, ed ecco che nelle sale fanno il loro debutto il nuovo, attesissimo film di Spike Jonze sceneggiato assieme a Dave Eggers, la Palma d'Oro dell'ultimo Festival di Cannes e il nuovo documentario di Michael Moore. Ma anche il film che racconta le ultime esibizioni di Michael Jackson, il ritorno di Federico Moccia e un cartone per i più piccoli.
Dopo il successo commerciale del suo esordio Scusa ma ti chiamo Amore, lo scrittore Federico Moccia torna alla regia con Amore 14,
ancora una volta film tratto da un suo romanzo. Protagonista della
storia è la tredicenne Carolina, che si trova ad affrontare le prime
esperienze sentimentali e di conseguenza entrare nel mondo vertiginoso
degli adolescenti.
Dopo l'esordio veneziano, debutta nelle sale il thriller italiano La doppia ora, che dovrà vedersela con la concorrenza casalinga del kolossal "storico" di Martinelli dedicato a Federico Barbarossa, con il bambino misterioso di Ozon, con la rievocazione di Woodstock firmata Ang Lee, col ritorno al cinema di Nia Vardalos e degli studenti canterini e ballerini della New York High School of Performing Art
È attraverso le vicende di tre giovani protagonisti (Luca Argentero, Jasmine Trinca e Riccardo Scamarcio) che Michele Placido racconta il “suo” Sessantotto,
il sogno che lo contraddistinse e le barriere contro il quale lo stesso
andò ad infrangersi. Proveniente da una famiglia borghese, cattolica e
tradizionalista, Laura inizia a sentirsi sempre più vicina a quel
movimento studentesco che occuperà di lì a breve la sua università, La
Sapienza. Avvicinandosi al movimento si avvicina anche all’agguerrito e
irrequieto Libero, uno dei leader del movimento.
S’irrigidisce,
Werner
Herzog, se si definisce il
suo film un remake di quello
di Abel Ferrara.
Per il regista tedesco si tratta di tutto un altro film, completamente
slegato e indipendente, che parla d’altro. E tutti i torti non gli si
possono dare, considerato il fatto che l’unico reale punto di contatto
tra i due film è il fatto di avere come protagonista un poliziotto
drogato e spesso e volentieri immorale, appassionato di scommesse.
Luciana è un’adolescente che ha ereditato la fede comunista dal padre
defunto, che sogna ad occhi aperti di fronte ai recenti successi della
cosmonautica sovietica assieme al fratello Arturo, malato e tontolone,
che inizia a frequentare la sezione di quartiere del PCI scontrandosi
in questo modo con i primi amori, con il maschilismo, con i momenti
agri e dolci della vita.
Mancano ormai poco più di 2 mesi all'uscita di
2012
l'attesissimo film catastrofico di Roland Emmerich. Nell'attesa vi
offriamo 3 nuovi poster che potete vedere
in formato ad alta risoluzione.
Sono trascorsi quasi trent’anni da quando Sam Raimi
fece conoscere il suo nome in tutto il mondo con
La
casa, e quasi venti dall’ultimo
capitolo di quella trilogia, L’armata
delle tenebre. Da allora il regista
che sul set si veste sempre in giacca e cravatta come Hitchcock,
l’horror puro (o perlomeno puro come lo intende lui) non l’aveva più
affrontato. Per questo era grande la curiosità che circondava Drag
Me to Hell: ci si chiedeva se gli
anni e il lavoro con i grandissimi budget di Spider-Man
avessero minato la mano di Raimi,
la sua capacità di giocare con il genere, di lavorare con scale
produttive più ridotte, di possedere ancora quelle riserve di
creatività ed inventiva che l'hanno reso un icona per tutta una
generazione di amanti del cinema dell'orrore. È un piacere constatare
che la risposta è assolutamente negativa: Drag
Me to Hell è
un film divertentissimo e dal ritmo irresistibile, con il quale il
regista si conferma un talento unico nel mescolare ed intrecciare in
maniera indissolubile la paura, lo spavento, persino il disgusto con
l’ironia, la causticità e la risata.
Alex
Proyas
avrebbe davvero potuto essere uno dei grandi “occhi” del cinema
fantastico contemporaneo. La sua capacità di costruire situazioni
angosciose e atmosfere sinceramente lugubri ha sfornato negli anni
momenti di grande cinema: pensiamo ad esempio all’affascinante Dark
City,
il suo lavoro più personale, capace di elaborare con enorme coerenza
estetica una visione di “utopia negativa” tra le più ammalianti viste
al cinema in tempi recenti. Ma anche Il
corvo e Io,
Robot avevano al loro interno sprazzi di notevole
ricercatezza visiva e di padronanza stilistica.
Dopo il discreto ma non fragoroso successo ottenuto al botteghino
estivo americano, ecco arrivare anche nelle nostre sale G.I.
Joe – La nascita dei Cobra,
riduzione cinematografica dello storico prodotto della Hasbro,
industria che dopo il successo planetario della saga di Transformers
ha
evidentemente intenzione di sfruttare il cinema come veicolo di
marketing per rilanciare i suoi celeberrimi giocattoli. Al timone
dell’operazione è stato chiamato Stephen
Sommers,
cineasta che in passato ha (a nostro avviso impropriamente) tentato di
fondere due generi cinematografici ben distinti come l’action e
l’horror, sfornando megaproduzioni roboanti ma scentrate come i primi
due mediocri capitoli de La
mummia ed il pessimo Van
Helsing.
I primissimi minuti de Il
messaggero
sono bizzarramente dissonanti, fuorvianti rispetto al resto del film.
Dopo l’abusata e sempre ambigua dicitura “tratto da una storia vera”,
ecco che la scelta del regista Cornwell,
al suo primo lungometraggio, è quella d’introdurci una Virginia
Madsen
(che come sempre non sfigura nella sua interpretazione) in versione
finto-documentaristica, madre intervistata da una televisione che
racconta delle terribili vicende al centro del film.
A ben guardare, il talento comico di Eddie
Murphy
è uno dei patrimoni “artistici” che sia Hollywood che lo stesso attore
hanno maggiormente sprecato in questi ultimi anni. Se pensiamo alla
carica eversiva ed all’istrionismo sboccato degli inizi, in lavori
epocali come Una
poltrona per due o Un
piedipiatti a Beverly Hills, e li
paragoniamo a opere terribilmente superficiali come i recenti successi
de La
casa dei fantasmi o Norbit,
ecco che la figura di Murphy non può che
uscirne notevolmente ridimensionata.
















