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Push - la recensione del film di Paul McGuigan

L’idea di cinema di Paul McGuigan, sviluppata con i precedenti Acid House, Gangster N° 1 e Slevin: patto criminale, e confermata con quest’ultimo Push, non è particolarmente originale ma decisamente coerente: lavorare dentro generi precisi apportando però al loro interno delle scelte estetiche e narrative personali. Dal punto di vista visivo l’uso della macchina a mano e la scelta di ambientazioni tutto sommato scarne, oseremmo affermare “povere”, sembra essere una costante, che si accompagna ad esempio con un gusto stravagante per l’arredamento di interni (le sgargianti carte da parati e la tappezzeria presente nei film prima citati ricompaiono anche in Push in almeno un paio di scene). McGuigan sembra prediligere dunque una sorta di cinema sintetico, un “prodotto medio” che mescola un certo realismo di fondo con articolazioni narrative più composite, giochi ad incastro che si rivelano funzionali senza mai diventare eccessivamente pretenziosi. MgGuigan non appare interessato (o non è in grado?) a spostarsi da queste coordinate, ed anche Push conferma la sua capacità indubbia di maneggiarle con perizia, anche in un genere come la fantascienza che spesso richiede uno sforzo produttivo e conseguentemente spettacolare di maggiore caratura.
Ed invece questo film piccolo si fa ammirare per alcune soluzioni di regia molto intelligenti, per il buon ritmo della storia e per una discreta rappresentazione dei personaggi, degli X-Men più tristi e soli, che subiscono la loro diversità non solo a livello emotivo, ma soprattutto fisico: il fascino di Push, a differenza di un prodotto troppo leccato come ad esempio era Hancock, sta nel mostrarci delle figure di borderline, che portano sugli abiti e sulla pelle i segni tangibili della lotta e di una condizione “altra” vissuta come causa di degrado.
Il cast di attori lavora con una partecipazione più che dignitosa: Chris Evans, Djimon Hounsou e Camilla Belle prestano attenzione a non esagerare in caratterizzazioni troppo accentuate; la migliore in scena risulta però Dakota Fanning,
agevolata da un personaggio la cui fragilità psicologica ben si sposa
con il cambiamento fisico che l’attrice sta attraversando causa
l’arrivo dell’adolescenza.
Push è dunque un prodotto di genere
più che onesto, confezionato con cura e qua e la condito con una certa
originalità visiva – sfruttata molto bene sotto questo punto di vista
anche l’ambientazione unica, una Hong Kong caotica e proletaria. Nella
seconda parte il film soffre di alcuni scompensi di sceneggiatura, che
in un paio di passaggi abbandona la logica per aggrapparsi
all’immaginazione dello spettatore. Ma si sa, in operazioni del genere
l’importante è arrivare alla resa dei conti finale, e Push ci riesce senza lasciare che l’attenzione del pubblico si dilegui.

