Two Lovers - la recensione

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Two Lovers - la recensione 





Sulla carta, la trama lineare di Two Lovers potrebbe essere facilmente scambiata per quella di una commedia sentimentale, magari di quelle agrodolci e un po’ oblique figlie di certo cinema indipendente americano degli ultimi tempi. D'altronde abbiamo un protagonista vagamente instabile e ferito nei sentimenti, inserito in un contesto familiare il cui caldo ed affettuoso abbraccio si fa a tratti leggermente claustrofobico, che all’improvviso si ritrova diviso tra l’amore per la disponibile figlia dei dei futuri soci d’affari dei genitori e quello per una vicina di casa bizzarra e scapestrata. E qualcuno, prima che il film venne presentato lo scorso anno al Festival di Cannes (ma forse anche dopo...), al fatto che fosse una commedia ci credette veramente.

Invece quello di James Gray – anche perché lavora con intelligenza sul ribaltamento dei tradizionali canoni narrativi di certo cinema romantico – è un film devastante ed agghiacciante, che costringe lo spettatore a fare i conti con i propri fantasmi, che mette di fronte con disarmante semplicità alla natura più intima ed essenziale del sentimento amoroso, della sua imprescindibile necessità, della (im)possibilità sua e dell’essere affrontato con “maturità”. Gray ha infatti la sfacciataggine di denunciare apertamente la sostanziale ossimoricità della definizione “maturità sentimentale”, attraverso le vicende di un protagonista che pare un adolescente troppo cresciuto, di due oggetti del desiderio che – ognuna a suo modo – si donano al sentimento in maniera del tutto irrazionale, e di un mondo “adulto” sì stabile ma che di romantico (nel senso più ampio possibile del termine) pare non avere più nulla.

Two Lovers sembra quindi descrivere un disagio - forse generazionale - diffuso, quel bisogno d’amore (e tenerezza , e sicurezza) che pare essere destinato a rimanere un'illusione se non al prezzo di inquietanti compromessi interiori ed esteriori. Nel contesto di un mondo che è sempre più astratto e sfocato: o invisibile o navigabile solo attraverso mappe oramai inutilizzabili perché sorpassate. Un mondo che si cattura in foto, meglio se nell’assenza dell’uomo, per cercare di farlo parlare, di comprenderlo.Gray racconta la storia di Leonard con lo stile raffinato e solenne che lo contraddistingue, applicando all’amore quelle tensioni cinematografiche nei precedenti lavori erano funzionali al noir e al poliziesco: e in questo modo, lavorando tra ombre e sfumature, tra dettagli fisici e psicologici, scava in una trama tanto classica e semplice da sfiorare (in apparenza) il didascalismo tracce di senso profonde e tortuose. Il dramma del protagonista non è (solo) quello di chi è diviso tra l'Amore rassicurante e stabilizzante e quello istintuale, selvaggio e pericoloso: è quello di chi non sa più riconoscersi (negli altri e con gli altri), di chi non ha il coraggio di affrontare la verità su sé stesso e sul mondo. Di chi, forse, l'Amore non sa più nemmeno cosa sia davvero.

Fino ad un finale che qualcuno potrebbe leggere come ironico o consolatorio, ma che è invece raggelante e inquietante nella spietatezza dello scomodo messaggio che veicola. Tutto affidato allo sguardo accusatorio e dritto in camera di un Joaquin Phoenix, che pare sfidarci sardonico sapendo in partenza di esser destinato a vincere.