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Il messaggero - la recensione
I primissimi minuti de Il messaggero sono bizzarramente dissonanti, fuorvianti rispetto al resto del film. Dopo l’abusata e sempre ambigua dicitura “tratto da una storia vera”, ecco che la scelta del regista Cornwell, al suo primo lungometraggio, è quella d’introdurci una Virginia Madsen (che come sempre non sfigura nella sua interpretazione) in versione finto-documentaristica, madre intervistata da una televisione che racconta delle terribili vicende al centro del film. Ma quest’impostazione viene poi subitaneamente abbandonata per far spazio senza concessioni altre ad una storia e uno stile di narrazione che più tradizionali non si può: vecchie case che nascondono segreti, spiriti inquieti, (p)ossessioni, un protagonista che fa da ponte e da elemento di raccordo tra due mondi.
Se un tratto di personalità quasi marcato Il messaggero lo aveva, in potenza, questo risiedeva proprio nella caratterizzazione del giovane protagonista (interpretato da Kyle Gallner): un ragazzo malato di cancro, che trova proprio nella sua condizione quasi terminale l’involontaria capacità di farsi zona grigia e di confine tra il territorio dei vivi e quello dei morti. Peccato però che quasi tutti i possibili spunti e riflessioni che una scelta del genere poteva portare con sé (dalla visione soggettiva ed intima della malattia, la sua metabolizzazione, il confronto con la morte, al rapporto della famiglia con il malato, e via dicendo) vengano sprecati e abbandonati, a favore di deviazioni narrative di dubbia utilità che hanno tutta l’aria di riempitivi piazzati ad hoc.
Il fatto è che, pur in tutta la sua correttezza formale e interpretativa, Il messaggero si condanna così ad essere l’ennesimo film fotocopia di tanti modelli più o meno nobili, che presenta il solito stile fotografico, il solito uso di effetti visivi e sonori per lo spavento a buon mercato, con le solite raffazzonature di scrittura. Un film che non si fa poi esattamente del bene nel citare più o meno esplicitamente titoli come Amityville Horror, Poltergeist, L’esorcista e molti altri ancora: persino il kubrickiano Shining.
Forse è per questo che un solido caratterista come Elias Koteas non ha ritenuto impensabile accettare la parte di un quasi Padre Merrin rivisto e corretto (e malato terminale anche lui), ma che sembra avere costantemente lo sguardo di chi pensa che, in fondo, poteva anche risparmiarsi la fatica.


