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Il grande sogno, recensione del film di Michele Placido presentato in concorso
È attraverso le vicende di tre giovani protagonisti (Luca Argentero, Jasmine Trinca e Riccardo Scamarcio) che Michele Placido racconta il “suo” Sessantotto, il sogno che lo contraddistinse e le barriere contro il quale lo stesso andò ad infrangersi. Proveniente da una famiglia borghese, cattolica e tradizionalista, Laura inizia a sentirsi sempre più vicina a quel movimento studentesco che occuperà di lì a breve la sua università, La Sapienza. Avvicinandosi al movimento si avvicina anche all’agguerrito e irrequieto Libero, uno dei leader del movimento. Ma nell’università occupata c’è anche Nicola, giovane agente di polizia che sogna in realtà di diventare un attore di teatro e che i suoi superiori hanno voluto infiltrare tra gli studenti: i due si incontreranno e innamoreranno, ma la copertura di Nicola è destinata a cadere e con lei il rapporto con Laura. Passano i mesi, il movimento cresce, Nicola abbandona la polizia ed entra all’Accademia di Arti Drammatiche, Laura si riavvicina a Libero prima e a Nicola poi, suo fratello Andrea si metterà nei guai per il suo progressivo spostamente vero l’ala più radicale, quella che sfocerà poi nella lotta armata.
Appare evidente da subito, o quasi, che per Il grande sogno Michele Placido abbia cercato di bissare quanto c’era di buono nella regia (soprattutto intesa da un punto di vista formale) di Romanzo criminale: in questo film si ripropone quindi uno stile dinamico e nervoso, caratterizzato da un’estrema mobilità della camera e da cambi di impostazione nella fotografia a seconda del tipo d’impostazioni che vengono ritratte. Peccato però che questa impostazione, sanguigna e ipertrofica come il suo autore, che ben si adattava bene a quel film, qui appare a tratti sopra le righe ed eccessiva; anche nel voler ricalcare il nervosismo di quegli anni di passioni e tensioni. E soprattutto non viene supportata in maniera adeguata dalla storia che racconta: il romanzo di Giancarlo De Cataldo su cui Romanzo criminale è stato costruito era dotato di uno spessore che purtroppo la sceneggiatura de Il grande sogno non riesce ad avvicinare.
È indubbiamente operazione non facile, quella di trovare una strada originale e di spiccata personalità, per raccontare vicende come quelle del Sessantotto, affrontate a più riprese e non solo al cinema: ma la voglia di strafare del film di Placido, nel quale si ammucchiano storie, tematiche e riferimenti, ha il paradossale effetto di mantenere il tutto ad un livello di superficialità per il quale da un lato si effettuano le scelte più facili o banali, dall’altro si impedisce allo spettatore di aderire emotivamente alle storie che vengono raccontate. Placido inizia il suo film con una scena che pare citare Ufficiale e gentiluomo, e prosegue passando con disinvoltura da echi di Fragole e sangue a quelli de La meglio gioventù, ammiccando rigidamente qui e lì al cinema francese di quegli anni: in questo gran calderone sono il quadro storico e la costruzione dei personaggi a risentire di più della sovrabbondanza cercata dal regista: il Libero di Argentero è appena tratteggiato, il Nicola di Scamarcio spreca molte delle sue potenzialità narrative, mentre la Laura della Trinca risulta più convincente quando è calata nel nucleo familiare e le sue dinamiche che nella descrizione delle incertezze amorose e politiche.
Va riconosciuto che il film evita le celebrazioni più nostalgiche del Sessantotto, ma è anche vero che la gran voglia di realizzare “un grande romanzo popolare e politico” di Placido si traduce in una riduzione di complessità generale nei personaggi, nelle sfumature di quegli anni e del movimento. E a mancare, ancora una volta, è una seria lettura autocritica in grado di spiegare davvero perché e per come quel “grande sogno” si è infranto così drasticamente e perché tanti di quelli che sognavano allora si sono arresi (e a volte trasformati) mettendo davanti a loro il facile alibi della disillusione.


