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Russell Crowe e Kevin Macdonald raccontano State of Play

Incontrare Russell Crowe può essere un’esperienza che ti cambia la vita: sono leggendarie alcune sue intemperanze con i giornalisti e per questo, prima delle interviste, la sala stampa trepida e si chiede di che umore sia l'attore. Chi scrive l’ha incontrato più di una volta, ed è stato sinora sempre cortese. Quando ci portano finalmente nella sua stanza, è una vera sorpresa trovarlo perfettamente in forma,con il capello curato e corto, e vestito impeccabilmente. Anni luce distante dalla trascuratezza del suo ruolo in State of Play, il giornalista del Washington Globe Cal McAffrey.
Ci saluta in italiano con uno stentoreo “buongiorno”, capiamo che è di ottimo umore e gli proponiamo subito una domanda trabocchetto: "Il suo ritratto del giornalista è assolutamente meraviglioso e vero. Se lo paragoniamo ad alcuni giornalisti o ad un certo tipo di stampa che ci sono oggi, è il giornalista ideale, non è vero?" Lui non si fa cogliere impreparato: "Non credo, penso che alla fine della storia Cal McCaffrey torni alla verità, ma penso che nel mezzo ci sia invece un bel conflitto morale. Il suo istinto non corrisponde a come si descrive quando scopre che il suo amico Stephen Collins, interpretato da Ben Affleck, è nei guai: il suo istinto è di usare il suo potere e la sua posizione privilegiata di giornalista, per creare una cortina di fumo, in modo che ci sia meno attenzione nei confronti del suo amico. Tuttavia, alla fine, anche se quest’uomo non è apparentemente vanitoso, mangia male, non si prende cura di sè, è disordinato, la sua vanità la troviamo in ciò che scrive, e si rende conto che ha bisogno di scrivere la verità."
Ma quali sono le personali fonti di informazione di Russel Crowe? "Bè, leggo i giornali, è una sorta di abitudine," risponde, "ma sono anche molto cinico nei confronti dei quotidiani perchè, negli ultimi 30 anni, ho vissuto in prima persona cosa può essere detto e cosa può essere insinuato in un articolo di giornale. Se ho bisogno di cercare qualcosa, uso internet, ma anche questo strumento non è sempre affidabile. Penso presto dovrà esserci una nuova serietà nel giornalismo, così da riconquistare la fiducia della gente, oppure dovremmo crearci dei parametri personali nei confronti delle stupidaggini ed usare il nostro istinto per capire cosa è vero e cosa invece non lo è”.
Kevin Macdonald, viene dal mondo del documentario e nel suo primo lungometraggio di fiction, L'ultimo re di Scozia, si è misurato con la figura del sanguinario dittatore Idi Amin Dada. A lui chiediamo , chiediamo da dove derivi questo suo interesse per la realtà, anche nella finzione. "Ovviamente il mio lavoro e la mia filosofia da documentarista hanno influenzato i film di finzione che ho girato," racconta. "Penso che tutti abbiamo visto Washington migliaia di volte in televisione, serie tv come The West Wing. La sfida consisteva nel farlo sembrare qualcosa di nuovo, di mai visto prima. È questa la sfida di un regista, credo, e il modo per farlo è far vedere qualcosa che sembri più reale, perché quello che vediamo solitamente di Washington è tutto studiato a tavolino; è la versione da cartolina, teatrale, di come pensiamo debba essere Washington. Io invece volevo far vedere com’è veramente la redazione di un giornale, con il caos, le montagne di carta... Volevo anche far vedere la parte nascosta di Washington, per vedere la parte più oscura della città, che è molto diversa da ciò che crede la gente. Si tratta di una città povera, popolata da molti neri, con molti problemi di droga, dove ci sono più omicidi rispetto al resto degli Stati Uniti. Far vedere come quella parte della città è legata alla parte teatrale, patinata e politica. Il teatro del potere, è questo che mi interessava, ho pensato che fosse qualcosa che non avevo visto finora, e se io non l’ho visto, forse la gente potrebbe trovarlo interessante, perché forse non l’ha mai visto prima."
Di recente non c'è stato nessun film sul giornalismo o sul ruolo della stampa. Accade perché oggi la stampa non ha una buona reputazione? “Esattamente," dice McDonald, " quel che è cambiato è che negli anni 70 i giornalisti erano degli eroi, soprattutto dopo il Watergate. Tutti gli uomini del presidente era un film basato su quella storia vera. I giornalisti venivano visti come le persone che aiutavano a salvare la democrazia, tenevano testa alle persone che abusavano del loro potere. Avevano solo la penna a disposizione, nessun’altra arma. Ciò che è accaduto negli ultimi 35, 40 anni, è che i giornalisti non sono più graditi al pubblico, vengono considerati dei disonesti, delle persone sordide che non hanno rispetto per la verità. A dominare sono i giornali scandalistici e questo genere di cose. Io volevo rilanciare invece quel modello oramai quasi scomparso".

