Intervista a Thomas Vintenberg per Riunione di famiglia

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Intervista a Thomas Vintenberg 

per Riunione di famiglia




A più di dieci anni dal suo capolavoro Festen, il regista danese Thomas Vintenberg è giunto a Roma per presentare il film che rappresenta il suo ritorno cinematografico in patria, When a Man Comes Home, che in italiano ha il titolo di Riunione di famiglia. “Dopo anni passati lontano dalla Danimarca, spesi a sperimentare forme di cinema per me sconosciute, soprattutto in America, sentivo davvero il bisogno di tornare a casa e raccontare una storia che appartenesse alla mia cultura, la quale determina anche il mio modo di vedere il cinema. Con Riunione di famiglia ho seguito questo mio impulso, ho trovato una storia che volevo raccontare, ed anche se non necessariamente mi appartiene dal punto di vista autobiografico, tuttavia riflette con precisione alcune caratteristiche del mio paese, molti modi di pensare”.

Il paragone con Festen dunque è inevitabile: “Certo, con quel film vi sono alcuni legami, come l’esplorazione del rapporto padre-figlio, oppure una determinata visone delle ambientazioni borghesi. Per il resto però credo si tratta di due pellicole completamente opposte, sia nello sviluppo delle vicende che soprattutto nel tono. Festen era un film rabbioso, girato col furore di chi credeva di avere una missione rivoluzionaria. E’ stata un’esperienza totale, bellissima. Questo film è invece molto più pacato, è trascorso molto tempo ed ho fatto molte più esperienze, non tutte felicissime, quindi ora vedo il cinema ed il mio lavoro con un occhio decisamente diverso”.

A proposito di esperienze contraddittorie, cosa crede di aver imparato dal suo “periodo americano” – in cui ha girato due lungometraggi, Le forze del destino e Dear Wendy? “Anche se difficile, è indubbio, è stato un periodo per me fondamentale: le difficoltà mi hanno fatto crescere come persona e spero anche come cineasta, e poi sono entrato in contatto con artisti inimitabili, come ad esempio Joaquin Phoenix e Sean Penn, che non sono definibili semplicemente come attori: non possiedono una tecnica specifica con cui lavorano, ma mettono tutto il loro bagaglio umano e intellettuale in quello che fanno, e ti garantiscono una partecipazione totale ai progetti comuni.”

Ma Thomas Vintebeberg, che è stato uno dei protagonisti principali del movimento e della stagione ormai conclusa del Dogma, pensa di tornare in futuro a girare un film secondo quelle regole di cinema specifiche? “Non lo escludo a priori, può darsi. Allo stato attuale delle cose, il movimento del Dogma se non è definitivamente morto è come un pesciolino alla fine, che sbatte ancora soltanto la coda. E’ stata un’esperienza formativa imprescindibile per me, galvanizzante, e secondo me abbiamo ottenuto, ognuno a modo suo, dei risultati estetici notevoli. Allo stesso modo c’era la necessità di andare avanti, di lasciare Dogma alle spalle, e lo abbiamo fatto. Alcune di quelle idee credo siano però ancora validissime, quindi riproponibili, perciò non escludo a priori di tornare a ragionare su di esse in futuro, anche se al momento sinceramente proprio non saprei dire quando.”

Questo in sintesi il pensiero di Thomas Vintenberg, un autore che in passato ci ha regalato con Festen una delle opere più radicali e sperimentali che la cinematografia europea ha sfornato nella sua storia recente.